GIOVANI TRA STORIA E MEMORIA:
UNA "RIVOLUZIONE SILENZIOSA"*
(1960-1980)
1. A partire dalla considerazione secondo la quale «E’ sempre il mondo degli adulti che provvede a coniare le varie definizioni a seconda del momento storico, cosicché i concetti di “epoca giovane”, “generazione ribelle”, “rivolta giovanile” possono risultare ambigui e strumentali sia da un punto di vista concettuale che storiografico, anche se è innegabile che ogni epoca può essere caratterizzata da motivazioni giovanili che aspirano a una rottura con il passato e con i padri» (1), la più recente storiografia italiana ha individuato nella ricerca della specifica autonomia assunta dalla dimensione giovanile uno degli snodi cruciali per scrivere una storia, e storie, di giovani e del loro mondo(2). In particolare, analizzando le capacità di interagire con tutte le variabili interpretative, recenti indagini hanno mostrato in che modo i giovani siano stati rappresentati in relazione agli snodi generazionali e alle conseguenti trasformazioni culturali e sociologiche. E, nel contempo, come i giovani stessi abbiano interpretato e vissuto alcuni passaggi chiave del Novecento, ponendosi, in tal senso, a metà strada tra una storia scritta dagli adulti, e viceversa una storia modellata sui giovani. In questa direzione, uno dei principali obiettivi di ricerca è quello di ricostruire, laddove è possibile, i diversi modi di essere e di vivere dei giovani, difficilmente riconducibili ad un’unica matrice interpretativa, e ciò perché non esiste una sola gioventù, ma ne esistono diverse. Inoltre, costituiscono referenti particolarmente significativi, per le diverse linee di ricerca, le molteplici differenze dei percorsi esistenziali individuali, le numerose variabili che concorrono a diversificare l’universo giovanile, quali per esempio la condizione sociale, culturale, territoriale e antropologica. Nonché il fatto che tutte le gioventù sono connotate da una condizione di dipendenza parziale, in cui sia i confini che le rappresentazioni sono tracciate secondo l’azione del sistema sociale e secondo l’incidenza ideologica del momento.
Indagini sulle rappresentazioni da un lato, e sulle autorappresentazioni dall’altro è, dunque, quanto oggi orienta maggiormente alcune delle attuali tendenze di ricerca di storia dei giovani. Dalle rappresentazioni elaborate dagli adulti e dalle circostanze strutturate, il fuoco della ricerca viene puntato sempre più sulle autorappresentazioni dei giovani e sui processi di identificazione individuale e collettiva.
Ed è pure, in questa direzione, quanto orienta sostanzialmente la ricerca “Giovani tra storia e memoria: Una rivoluzione silenziosa (1960-1980)”, che nel trarre continuità da alcune riflessioni della Nuova Storia, si sviluppa nell’ambito di imaGo online Laboratorio di Ricerca Storica e di Documentazione: Iconografica sulla Memoria del Quotidiano (www.imago.rimini.unibo.it), e dall’ Archivio delle Voci (www.archiviodellevoci.eu), strutture dell’Università di Bologna Polo Scientifico Didattico di Rimini Dipartimento di Discipline Storiche, in collaborazione con la Rete Unitwin legata alla Cattedra «Culture- Tourisme – Développement» dell’Università di Parigi 1- Panthéon Sorbonne. E ciò in particolare sulla base delle ricerche in corso relative alla categoria di Patrimonio culturale intangibile, quale è definito nella Convenzione Unesco stipulata a Parigi nel 2003: «Per Patrimonio culturale intangibile si intendono: “prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso di identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana»(3). Un patrimonio che tra l’altro si definisce nei seguenti settori: «a) tradizioni ed espressioni orali, ivi compreso il linguaggio, in quanto veicolo del patrimonio culturale immateriale; b) le arti dello spettacolo; c) le consuetudini sociali, gli eventi rituali e festivi; d) le cognizioni e le prassi relative alla natura e all’universo; e) l’artigianato tradizionale»(4). In ragione delle connessioni scientifico-epistemologiche che si configurano tra la categoria del patrimonio intangibile e la categoria della trasmissione storica di ciò che costituisce l’identità e la continuità di una comunità, l’accento della riflessione si sposta dal piano riguardante i fatti che costituiscono la storia, e le storie, dei giovani, alla dimensione riguardante i ricordi, la memoria dei giovani stessi, ossia di coloro che erano giovani negli anni Sessanta-Ottanta. Sotto questo profilo, pertanto, l’intera ricerca può dirsi racchiusa tra gli estremi di una visione storico-culturale in prevalenza derivata dalla storia sociale, e soprattutto dalla Nuova Storia e il richiamo a quel dibattito storiografico, tutt’ora in corso, che concerne il rapporto “Storia e Memoria” e, viceversa, “Memoria e Storia”, laddove è il concetto di luogo della memoria a costituire un referente particolarmente significativo per le indagini sul mondo giovanile del periodo in questione, considerando tuttavia l’assunto in base al quale «La storia detta “nuova”, che si adopera per creare una storia scientifica muovendo dalla memoria collettiva, può interpretarsi come una “rivoluzione della memoria” che fa compiere alla memoria una “rotazione” intorno ad alcuni assi fondamentali: “Una problematica apertamente contemporanea … e un procedimento decisamente retrospettivo”, “la rinunzia a una temporalità lineare” a vantaggio di molteplici tempi vissuti “ a quei livelli ai quali l’individuale si radica nel sociale e nel collettivo” (linguistica, demografia, economia, biologia, cultura)»(5). Una storia, e storie, in tal senso, prodotta dalla memoria collettiva e dalle sue manifestazioni materiali e simboliche. Elaborando la propria conoscenza storica, la memoria di fatto si muove da luoghi precisi che le appartengono, come per esempio: «gli archivi, le biblioteche e i musei; i luoghi monumentali, come i cimiteri o gli emblemi; i luoghi funzionali, come i manuali, le autobiografie o le associazioni: questi monumenti hanno la loro storia»(6).
Lungo questa via, si profila, quindi, una ricerca multidisciplinare, che contempla simultaneamente la confluenza di numerosi fattori, quali specchio dell’articolato intreccio dei fenomeni socio-economici, politici, culturali e di costume. Nondimeno, ai fini di tale ricerca, appaiono particolarmente rilevanti, tra le altre, alcune indicazioni derivanti dagli studi sociologici più recenti sul mondo giovanile, specie laddove si osserva che l’idea della molteplicità della stessa realtà giovanile costituisca il dato da cui sia necessario partire: «Per lungo tempo si è pensato all’universo giovanile come ad un tutto indistinto, caratterizzato da esperienze, vissuti, problemi, contraddizioni omogenee al suo interno e estremamente differenti da quelle attraversate dalle altre età [...] A partire dalla fine degli anni ’70 e nel corso degli anni ’80 si è, invece, preso consapevolezza che la condizione giovanile è una “realtà molteplice” […]: ovvero, i giovani non costituiscono un universo monocromatico, ma presentano fratture e segmentazioni profonde al proprio interno e rispondono a logiche differenziate. […] Se pertanto ci chiediamo “chi sono i giovani?”, dobbiamo rispondere riferendoci a una costellazione di soggetti, maschi e femmine, di età e collocazioni sociali diverse, provenienti da contesti sociali e retroterra differenziati»(7). Allo stesso modo, appare significativa l’ipotesi che: «la capacità esplicativa delle categorie interpretative con le quali si è per lungo tempo analizzata la condizione giovanile e che non paiono più sufficienti a descriverne i comportamenti e le pratiche di costruzione identitaria»(8).
Su queste basi, la ricerca affronta dal punto di vista storico-sociale alcuni percorsi tematici, mediante, da un lato, un’analisi della formazione della società dei consumi di massa nel secondo dopoguerra italiano, e dei suoi sviluppi fino agli anni Ottanta, quando si afferma la televisione a colori, un momento cruciale nella storia della società italiana, dall’altro indaga i dati culturali, la memoria collettiva e individuale dell’età giovanile, in rapporto sia al profilo generazionale, sociale e demografico, alle strategie familiari, alle principali istituzioni di socializzazione, sia alle forme culturali e all’autonomia di iniziativa associativa, culturale dei giovani stessi.
Approfondendo, in particolare, l’indagine riguardante stili di vita, modelli culturali, valori, ideali e sentimenti che hanno attraversato nella quotidianità i giovani italiani tra gli anni Sessanta e Ottanta, nei percorsi vengono sviluppati temi specifici, quali per esempio forme di transizione all’età adulta, famiglia e modelli educativi; stili e processi di identità; sentimenti e affetti; formazione, istruzione, e lavoro. Più in particolare, all’interno di una “questione giovanile” ancora in buona parte da sviscerare, storicamente parlando, si profilano alcuni quesiti fondanti, come per esempio: 1) si conosce ormai abbastanza diffusamente la fisionomia e pure la fenomenologia della parte “emergente” del mondo giovanile italiano negli anni Sessanta e negli anni Settanta (influenze della controcultura americana, movimento beat e hippie, contestazione del “mondo dei padri” e della famiglia, movimento studentesco, nascita dei gruppi extraparlamentari, radicalizzazione dello scontro politico, emergere delle nuove tematiche del “sociale” e battaglie civili, ecc.), ma a quale immaginario collettivo - quindi anche valori, comportamenti, mode - fa riferimento quel mondo giovanile (quasi sempre di provincia, ma numericamente non irrilevante) che non fu coinvolto attivamente nella “stagione dei movimenti”? 2) In quali ambiti, in che modi, in che tempi e in che misura, avviene, nel corso degli anni Settanta, la tendenziale omologazione dell’universo giovanile italiano, e in questo caso il riferimento è pressoché alla totalità dei giovani, attorno ai modelli di riferimento (nel costume, nelle mode, nelle mentalità, ecc.) inizialmente (all’incirca fino alla fine degli anni Sessanta) veicolati solo da quella parte del mondo giovanile più “visibile” e successivamente rapidamente fatti propri dal mercato e dai mass media, che li trasformano in questo modo in una moda “imperante” per tutti?
2. Specificamente, proseguendo le indagini sviluppate nel mio volume Non ho l’età. Giovani moderni negli anni della rivoluzione (Bononia University Press 2008), la ricerca prende le mosse da quella categoria di giovani che negli anni Sessanta si autodefiniscono e autorappresentano come moderni; giovani che possono essere definiti “Giovani senza il Sessantotto”, ossia giovani “Altri”, rispetto a coloro che hanno partecipato attivamente alla “Stagione dei movimenti”(9). E’ quello un mondo giovanile che si autodefinisce moderno, ossia un mondo in cui viene riconosciuto un valore individuale alla propria persona, rivendicando validità oggettiva alla realizzazione dei propri sogni, desideri e speranze. Sono giovani “nuovi” che sanno cosa vogliono e soprattutto chi sono(10). Rispetto a ciò, di fondamentale importanza appare il legame con la Moda, che non è il vestiario in sé e per sé, ma un universo in cui la passione per il Nuovo, per il recente, per la ricercatezza, l’eleganza, la promozione dell’individualità, l’investimento nel modo di apparire, l’estetizzazione e il rinnovamento delle forme, la modernizzazione, ne costituiscono i tratti principali(11).
In questa direzione, come la cultura del consumo di massa, anche la cultura della moda permette la generalizzazione dei propri desideri, l’affermazione della propria individualità, laddove la passione per il Nuovo concorre alla rivendicazione individualistica, al richiamo all’indipendenza del singolo. Pertanto, il nuovo che nasce dal sentimento di liberazione soggettiva, e di aspirazione all’indipendenza personale, di affrancamento dalle abitudini del passato, che può realizzarsi anche senza rotture “evidenti”, è quanto sembra costituire l’impianto concettuale identificatorio attorno a cui si manifesta un’effettiva fisionomia dei giovani “Altri”, dei giovani “Moderni”. Tra gli estremi, dunque, di una visione nuova in prevalenza derivata dalla Moda, e il richiamo a quel costante cambiamento che in essa è sottesa, nonché al piacere e alla trasformazione. Sotto questo profilo, è l’orientamento alla bellezza e ai fenomeni della cultura estetica a costituire l’impianto tematico intorno a cui si consolida, per così dire, la filosofia dei valori di quei giovani, attraverso cui si determina un’innovazione che può essere adeguatamente considerata come espressione di un fronte comune da cui si dipartono le molteplici direttrici di comportamento, di pratiche simili e differenziate. E di qui, tra modernità e tradizione, storie di giovani “consumatori” all’interno di quella civiltà dei desideri quale si è costruita dalla seconda metà del XX secolo.
In generale, di fatto, all’incrocio tra economia, estetica, beni simbolici, il particolare riferimento alla configurazione di un’etica-estetica popolare di consumo consente di dilatare ulteriormente lo spazio d’indagine relativo alle autorappresentazioni tra pubblico e privato nell’ottica della storia sociale, in particolare della memoria del quotidiano di quei giovani che non furono coinvolti attivamente nella “stagione dei movimenti”, ma che insilenzio concorsero a formare, rispetto al mondo degli adulti, un universo a sé nell’arco cronologico “Sessanta-Ottanta”.
In particolare, pur svolgendo un ruolo importante nei cambiamenti, i movimenti collettivi non rappresentano la maggioranza degli italiani, mentre la rivoluzione che ha attraversato il mondo studentesco si è esaurita, comunicandosi solo in parte ad altri settori sociali. Ma accanto a ciò, si registra, in termini storici, soprattutto il riemergere della riaffermazione dei propri desideri, l’attenzione non più alle esigenze primarie, ma alla soddisfazione delle aspirazioni più complessive dell’individuo. E contemporaneamente, si registra la sconfitta della politica. Ma il rapporto che si instaura a proposito di mode e costumi tra “centro” e “periferia”, intesi sia in senso letterale che metaforico, si struttura in una situazione ormai diversa dal passato, in cui un mezzo di comunicazione di massa, la televisione, consente praticamente a tutti di essere “ovunque” “in ogni momento” – tra le “avanguardie” e la cosiddetta “massa”, e tale processo sembra essere già avvenuto. E’ quanto emerge da un’inchiesta condotta nel 1969 tra gruppi di giovani di età compresa tra i 16 e i 25 anni dal settimanale «L’Espresso»: non meno di otto milioni di persone, equamente ripartiti rispetto alla residenza tra regioni del Nord, del Centro e del Sud. Il nucleo più numeroso, circa il 25% vive in paesi con meno di 5.000 abitanti, il 10% in città da 5.000 a 10.000 abitanti, il 22% in città da 10.000 a 30.000 abitanti. Poco meno del 20% dunque vive in grandi città con più di 250.000 abitanti. Ebbene, alla domanda “Nella società attuale qual è la cosa che conta di più?” il 68% risponde: i soldi, il successo economico, la ricchezza e la vita comoda, ed anche se il 50,4% è del parere che questo non sia affatto giusto, un buon 36,5% dichiara di essere pronto ad accettare questo stato di cose.
Nel contempo, mentre cresce il terrorismo che teorizza l’attacco al cuore dello Stato, si fa largo la protesta studentesca del 1977, in un clima di “crisi di movimenti”. Si assiste a cambiamenti epocali, connotati da storture e squilibri in cui si inscrive un’evoluzione, ricca anch’essa di differenze, della condizione delle nuove generazioni, tanto che nel giro di pochi anni tale condizione diventa una vera e propria dimensione esistenziale, e i giovani diventano una distinta entità sociale. La scuola costituisce l’ambito prioritario e primario che consente l’avviarsi di tale fenomeno. Ma oltre alla scuola sono il mercato (con le sue nuove forme di consumo) e i mass media, come è noto, che consentono per esempio una più facile ed estesa. Negli anni Settanta, di fatto, si varano le riforme più importanti sui diritti dei cittadini e sulla tutela del lavoro. Nell’insieme si tratta di un programma di incivilimento e di innovazione, ma a parere degli storici è che a mancare è la riforma di base dello Stato, che resta una macchina autoritaria, inefficiente, inadempiente, in cui tutti i servizi sono mal gestiti e prevale l’interesse dei partiti. Non solo. Secondo il parere di diversi studiosi, si passa direttamente dalla fase in cui la conformità del carattere sociale è assicurata tutta dalla tradizione a una fase in cui tale conformità è assicurata quasi completamente dall’influenza delle preferenze altrui. Ovverosia, le sicurezze che prima si cercavano nell’autorità tradizionale, familiare e religiosa, adesso si cercano nel gruppo dei pari e nei mass media. Sono gli anni in cui la “contestazione” si articola in una serie di espressioni che non riguardano tanto gli aspetti della vita politica ed economica, quanto ogni sfera dell’esistenza, individuale e collettiva: dall’educazione all’istruzione, dalle relazioni familiari a quelle sessuali, negli anni Settanta non rappresentano altro che la prosecuzione di tale contestazione e di una “ricerca” e “sperimentazione” di modi diversi di vivere, di lavorare, di stare insieme agli altri. In tal senso, si comprendono anche quelle “aree” in cui resta una profonda vicinanza tra le esigenze e le aspirazioni dei giovani più “politicizzati” e di una massa di giovani che resta alla “retroguardia”. Perché il discorso relativo ai desideri, alle aspirazioni all’immaginario collettivo e a ciò che li condiziona resta un filo rosso che consente di comprendere anche quelli che saranno gli sviluppi e gli esiti della traiettoria percorsa dai giovani negli anni Settanta. Ma le cose stanno proprio così, o dietro l’ideologia si cela una realtà diversa? In sede storiografica, le controculture, per esempio, sono già state studiate almeno in parte nei termini di antimode, laddove l’antimoda si pone nei termini di un problema tautologico, in quanto l’impianto teoretico che forgia i meccanismi della moda contemporanea, non sono distinti da quelli dell’antimoda. Ossia: tutti gli accessori, gli abiti indossati per esprimere il dissenso, esprimono al contempo il desiderio di autorealizzarsi, il desiderio di godere qui e ora dell’esistenza, il piacere del gusto di cambiare per il gusto della trasformazione, della metamorfosi di sé. Che poi si tratti di eskimo o di minigonna, o ancora di jeans, lo stato del problema sembra essere il medesimo, e appare plausibile sostenere che cambia la forma ma non la matrice(12). In definitiva, appare emblematico di questo clima dell’Italia fine Sessanta e inizio Settanta il ritratto delineato da Pasolini: «Ora, tutti gli Italiani giovani compiono questi identici atti, hanno questo stesso linguaggio fisico, sono interscambiabili; cosa vecchia come il mondo, se limitata a una classe sociale, a una categoria: ma il fatto è che questi atti culturali e questo linguaggio somatico sono interclassisti. In una piazza piena di giovani, nessuno potrà più distinguere, dal suo corpo, un operaio da uno studente, un fascista da un’antifascista; cosa che era ancora possibile nel 1968» (13). Pure nel contempo è un fenomeno generale, laddove camminando per le strade, nelle città occidentali, ma soprattutto italiane «si è colpiti dall’uniformità della folla: anche qui non si nota più alcuna differenza sostanziale, tra i passanti (soprattutto giovani) nel modo di vestire, nel modo di camminare, nel modo di essere seri, nel modo di sorridere, nel modi di gestire, insomma nel modo di comportarsi»(14). Appare plausibile, dunque, sostenere che un’estetica-etica popolare di consumo sia già ben configurata, nonché concretizzata, a livello di immaginario collettivo, come un Potere, detto in termini pasoliniani, che forgia tutto. Ora, sul versante storico la questione rimane aperta: con quali variabili si sarebbe svolto il processo? In quali forme?
1 * Il saggio è stato pubblicato, con alcune modifiche redazionali, in P. Dogliani (a c. di), Giovani e generazioni nel mondo contemporaneo. La ricerca storica in Italia, Bologna, Clueb 2009
2 P. Sorcinelli, A. Varni (a c. di), Il secolo dei giovani, Donzelli, Roma 2004, p. XIII
Cf. Id. Inoltre cf. per esempio P. Dogliani, Storia dei giovani, Mondadori, Milano 2003; D. Calanca, Percorsi di storia dei giovani, in «Storia e futuro. Rivista di storia e storiografia», n. 7 luglio 2005; V. Castronovo (a c. di), Album italiano. Giovani, Laterza, Roma-Bari 2005; P. Sorcinelli (a c. di), Gli anni del rock (1954-1977), Bononia University Press, Bologna 2005
5J. Le Goff, Storia e memoria, Einaudi, Torino 1992, p. 1102. Inoltre cf. P. Nora, Le Lieux de mémoire, Gallimard 1984-1992; M. Isnenghi (a c. di), I luoghi della memoria. Simboli e miti dell’Italia unita, Laterza, Roma-Bari 1996;P. Ricouer, La mémoire, l’histoire, l’oubli, Éditions du Seuil, Paris 2000; N. Pethes, J. Ruchats, Dizionario della memoria e del ricordo, Mondadori, Milano 2001; E. Zerubavel, Mappe del tempo. Memoria collettiva e costruzione sociale del passato, il Mulino, Bologna 2005; K. H. Jarausch, T. Lindenberger, Conflicted Memories. Europeanizing Contemporary Histoires, New York Oxford, Berghahn Books 2007
9 Cf. D. Calanca, Giovani senza il Sessantotto, in R. Rauty (a c. di), Le vite dei giovani. Carriere, esperienze e modelli culturali, Marlin, Cava dè Tirreni 2007, pp. 374-384
10Ibid. Inoltre cf. D. Calanca, Non ho l’età, cit.
11Cf. Id., Storia sociale della moda, Mondadori, Milano 2002, p.7 ss